Tac per l’Etna e le eruzioni potranno essere previste

È un documentario infernale, quello che filma il sottosuolo di un vulcano che esplode. L’attore principale è l’Etna, la montagna fumante che è stata scandagliata prima, durante e dopo la spettacolare eruzione dell’ottobre 2002. Il regista è l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia di Catania, che ha osservato i sommovimenti della pancia del vulcano con una tecnica del tutto simile alla Tac. Ed è la prima volta che apparecchi analoghi a quelli della tomografia praticata negli ospedali vengono tenuti accesi nel bel mezzo di un’eruzione.

Cinquanta stazioni di monitoraggio in quota (45 fisse e 5 temporanee) hanno scandagliato le viscere dell’Etna tra il 2001 e il 2003, mostrando nei dettagli la lava che montava o defluiva nel sistema di vene e crepacci interni del vulcano. E oggi i risultati dello studio vengono pubblicati su Science da cinque ricercatori dell’Istituto di geofisica e vulcanologia. Domenico Patanè, portavoce del gruppo, spiega: “Siamo partiti raccogliendo le onde generate dai terremoti dell’Etna o da piccole esplosioni artificiali. Lette con la tecnica della tomografia, queste onde sismiche ci hanno descritto in tre dimensioni la struttura interna del vulcano, con le sue radici profonde e i processi di risalita del magma”.

Le viscere dell’Etna apparivano sgonfie dopo una prima eruzione dalle bocche della Montagnola nel luglio del 2001. Per otto mesi la situazione è rimasta tranquilla, fino a quando nell’aprile del 2002 le stazioni di rilevamento non hanno registrato l’afflusso di nuovo magma. La risalita della roccia incandescente è stata molto rapida, e questo può spiegare la violenza dell’eruzione iniziata nell’ottobre del 2002, accompagnata da terremoti, esplosioni, lava e lapilli scagliati nell’aria. Tanta potenza (ben 712 sono state le scosse sismiche analizzate dai geologi dell’istituto di geofisica) si osserva raramente nei vulcani di tipo basaltico come l’Etna e ha continuato a scatenarsi fino a gennaio del 2003.

Sperimentato sull’eruzione etnea del 2002, il metodo potrà essere usato per tenere sotto controllo i vulcani più pericolosi del mondo, perché capaci di emissioni di lava particolarmente violente o perché situati vicino a città e centri abitati. “Lo strumento che abbiamo messo a punto - prosegue Patanè - sarà importante per fare previsioni di eruzione a medio e breve termine. Avendo a disposizione un buon numero di stazioni miglioreranno i tempi di preavviso e sarà possibile localizzare i volumi di magma che stanno per alimentare un’eruzione”.

Enzo Boschi, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, aggiunge: “Saremo ora in grado di prevedere l’attività di vulcani esplosivi come il Vesuvio, evitando i falsi allarmi”. Le stazioni di monitoraggio in vetta all’Etna esistono da sempre. “Ma sono state potenziate negli ultimi cinque anni - prosegue Boschi - e oggi ci permettono di pubblicare studi scientifici d’avanguardia. Il vulcano siciliano è il più monitorato al mondo”.

Esaurite le colate nel gennaio 2003, l’Etna non ha comunque deciso di assopirsi, e le analisi dell’Istituto di geofisica hanno continuato a tenere la situazione sotto controllo. “Nel 2004, nel 2005 e nel luglio del 2006 - continua Patanè - si sono verificate nuove fuoriuscite di magma dalla sommità del vulcano. Ma nella crosta superficiale non si erano accumulati grandi volumi di magma ricco di gas, e infatti le eruzioni non hanno creato nessun problema ai centri abitati.

Le colate si sono tranquillamente dirette lungo la depressione naturale della Valle del Bove”. Esattamente come i guardiani del vulcano avevano previsto.

Repubblica.it

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